Il cielo

Nel cielo cosa accade?
Si muovono le stelle e i pianeti
sulle consuete celesti strade?
Oppure ogni tanto, sfidando i divieti
dell’astronomia,
anche agli astri piace
fare un po’ di baldoria,
o di allegria?
Il cielo che fa?
Noi lo guardiamo tanto,
ma lui lo butterà uno sguardo qui, sul mondo,
quando non è troppo impegnato e stanco?
Certo, dirigere il traffico del sole,
-mai un giorno d’ozio! –
tra un tramonto e un equinozio,
non deve essere facile,
e la sera controllare ogni fase lunare
o se Venere è al suo posto
e non magari a farsi corteggiare
da Marte il guerriero,
è una fatica davvero!
Certo se penso a quei satelliti
che si sente girare intorno,
avrà come minimo il mal di testa tutto il giorno.
Il cielo allora ha da fare?
Non può nemmeno mettersi a badare
agli sguardi degli uomini
assorti al cannocchiale
o distesi su un prato?
Va lasciato in pace, non va disturbato?
A noi abituati a volgere lassù
ancora il viso
riuscirà a mandarci un sorriso?
Non dico risposte,
quelle non le sa nessuno, forse,
ma un piccolo incoraggiamento:
quello, non costa niente.
Tra le nuvole e le galassie più remote
niente mai lo scuote
come un solletico?
È così che vanno allora le cose?
Nessun cambiamento tra meteore
e nebulose?
Quante domande…
Se provo a pensarci meglio, però, dico
che il cielo, questo antico amico,
è un po’ come uno specchio:
se gli occhi li volge in alto un saggio
quel volto azzurro si fa vecchio
e carico di storie.
Gli occhi che lo scrutano pieni d’ira o rancore
gli fan lanciare lampi di terrore,
s’abbuia, si fa cupo.
Occhi senza fantasia lo fanno muto.
Più curiosi e veri gli occhi dei poeti
fanno di questo immenso specchio
uno scrigno di segreti.
Ma per sognare e portare i sogni più vicini
servono gli occhi
di bambine e di bambini,
serve quello che hai scordato
ma che potrai imparare:
aprire gli occhi e l’immensità
di un cielo da abbracciare.
Se si potesse
ritornare a camminare un po’
sotto le stelle, a sera,
se fosse ogni tanto
quel vasto tessuto blu
la nostra coperta leggera,
il nostro confidente,
non dico che la gente
sarebbe migliore:
ma almeno per gli umani
il cielo non sarebbe solo la strada
di ultrarapidissimi aeroplani.
Volare?
Talvolta ti bastan le braccia,
battendo nell’aria le mani
e sentirsi parte di un viaggio infinito:
e far di ogni incontro
un racconto, un canto, uno sguardo stupito.

Davide Fischanger

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I ragazzi d’estate vanno in bicicletta.

I ragazzi d’estate vanno in bicicletta.
Alcuni arrivano fino al mare.
Dal ritmo del cuore al ronzio della discesa
è tutta una musica,
una colonna sonora,
una sequenza da nouvelle vague.
I ragazzi in bicicletta
d’estate non sono mai soli
e l’aria delle giornate
è trepida di immaginazioni.
Il bianco e l’azzurro dei loro vestiti,
le ombre verdi dei sentieri
e in lontananza il rosso delle cabine
e degli ombrelloni.
Verrebbe voglia di raggiungerli,
chiedergli: “dov’è che andate?”,
e meditare su come la larghezza
del battistrada congiuri con le risate.
Ma i ragazzi sono già distanti
non conoscono ancora
la terribile noncuranza della stagione
e della fatica ogni contorto ramo.

d. f.

Se i pianeti potessero amare uscirebbero dalle loro orbite e sarebbe il caos. La sopravvivenza dell’universo è garantita dal fatto che l’amore è impossibile. Anche l’uomo che ama ha il presentimento che l’amore sia fratello della morte. Ma questo non gli impedisce, lui prigioniero della sua orbita, di aprirsi una breccia fino alla cella del vicino, gridando di gioia: Sono libero!

(Stig Dagerman, L’uomo che ama)

Un filo

Ospiti di Pordenonelegge 2018 abbiamo portato alcune letture a viva voce tratte Gianni Rodari, a cui abbiamo dedicato la canzone che qui pubblichiamo nel giorno del suo compleanno.

VIAGGIO IN ITALIA CON GIANNI RODARI

Come le persone viaggiano anche le storie
Portando sorrisi parole e memorie
E danno conforto a chi sta da solo
Gli camminano accanto gli insegnano il volo
E vanno le storie lungo il nostro stivale
Dal sud fino al nord e in Italia centrale
Cosi con un poco di fantasia
Diventa simpatica anche la geografia

E’ un filo che unisce regione a regione
Ci fa riconoscere come persone
E’ un filo che unisce paesi e città
Si chiama speranza S-O-L-I-D-A-R-I-E-T-A’

C’è posto per tutti anche per noi Gatti
Che siamo bizzarri forse anche un po’ matti
“è degno di un uomo” la favola insegna
Ce lo ha ricordato il maestro di Omegna
Ed essere ospitali è tra i doni più rari
Ce lo ha ricordato anche Gianni Rodari
Comincia qui in rima d’Italia il bel viaggio
Bambini venite col vostro coraggio!

E’ un filo che unisce regione a regione
Ci fa riconoscere come persone
E’ un filo che unisce paesi e città
Si chiama speranza S-O-L-I-D-A-R-I-E-T-A’

D. F.

Oh Mercy!

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Quando il 20 gennaio 1988 Bob Dylan fu accolto ufficialmente nella “Rock and Roll Hall of Fame”, la cerimonia (che all’epoca i nostri genitori avrebbero definito una classica, seppur simpatica, “americanata”) era già stata pericolosamente riscaldata dall’intervento del cantante Mike Love, dei Beach Boys, gruppo che insieme ai Beatles, le Supremes e ai Drifters completavano la schiera dei prescelti, per quell’anno, a entrare nel Pantheon del Rock mondiale. Mike Love era salito sul palco del Waldorf-Astoria hotel di New York insieme agli altri membri del gruppo e aveva preso inaspettatamente la parola. “We love harmony, and we love all people too” aveva esordito. Ma nel resto del discorso, proseguito in un’atmosfera sempre più imbarazzata, Love aveva preso di mira la maggior parte dei suoi colleghi musicisti, lamentando le dispute giudiziarie che dividevano alcuni di loro (McCartney vs. Yoko Ono e Ringo Starr; Diana Ross vs. Supremes) e contemporaneamente vantando i successi del proprio gruppo e sfidando gli altri (Mick Jagger, Billy Joel) a suonare almeno in un’occasione sullo stesso palco. Dopo questa esibizione alquanto fuori dalle righe (uno sconsolato Carl Wilson mormorò, appena rientrato tra le quinte: “la nostra carriera è finita”) fu il turno di Bruce Springsteen che, incaricato di introdurre Dylan con un discorso, riportò l’attenzione dei presenti sulla serata. Singolare che, dei molti filmati oggi presenti – finalmente – sul web, l’unico che riguarda il breve discorso di Dylan (un minuto e quarantatré secondi) sia stato realizzato da un’angolatura inusuale: praticamente dalle sue spalle.

Eppure.

Eppure anni di amore per Dylan (sì, ora possiamo affermarlo apertamente) e altrettanti anni di scorribande semiologiche, antropologiche e filosofiche (da Benjamin a Barthes, da Victor Turner a Umberto Eco) ci hanno insegnato a auscultare anche questi eventi del mondo effimero, a trovare tracce e presagi in queste manifestazioni di una cultura pop che quando non è impegnata ad autocelebrarsi, sa anche costruire un mondo enigmatico di segni.

Grazie Bruce, dice Dylan. Poi un ringraziamento di circostanza. Poi, una pausa. E poi, ricordando di essere uno che ha sempre fretta e giocando la parte di uno che è sempre fuori luogo, anziché parlare della sua musica o entrare nel merito del riconoscimento assegnatogli, scandisce una sequenza di saluti e ringraziamenti, a persone presenti tra il pubblico, che sono in qualche modo una summa di cammini e esperienze umane prima che artistiche. Dylan chiama in causa prima di tutto Muhammad Ali, poi si rivolge a Little Richard, confessando che a lui deve il fatto di aver iniziato la carriera di musicista, quindi passa a Alan Lomax, ricordando le lunghe notti della sua giovinezza trascorse a ascoltare il repertorio musicale raccolto dal celebre storico di folk music. Ali, Little Richard, Lomax: cos’ hanno di così particolare da meritare una citazione da Dylan? e cos’ hanno in comune questi tre personaggi, così distanti per età, ceto sociale e formazione culturale? Probabilmente incarnano tre strategie diverse per prendere le distanze dai rispettivi mondi di nascita e di appartenenza. Prendiamo il caso dei primi due, due afroamericani che scelgono di rompere con le regole del gioco, attraverso inedite traiettorie di libertà in cui l’eloquenza messianica e i pugni rapidissimi del primo si confrontano con la brillantina e gli wuuh elettrizzanti del secondo. E poi entrambi hanno cambiato il proprio nome, hanno scelto un nome nuovo. Anche Lomax, seppur in una forma meno esplosiva, ha disegnato un percorso esistenziale e intellettuale all’insegna di questo tipo di infrazione: viaggiando, ascoltando, conservando suoni e voci, accostandosi a forme culturali apparentemente lontanissime e facendosi tramite di questi mondi, di queste radici, di questi spettri sonori.

Dopo queste prime tre citazioni, che sono, in fondo, a saperli leggere, una dichiarazione di poetica, Dylan fa una brevissima pausa e aggiunge: “I want to thank Mike Love for not mentioning me” (con quel meee strascicato e nasale che è il suo modo per non farci capire se sta scherzando o facendo sul serio). Vi sono alcune risate e qualche applauso. Si tratta di una battuta nata per sdrammatizzare, ma nasce anche da un’esigenza tutta dylaniana: quel “grazie per non avermi menzionato” si carica, per chi conosce il carattere riservatissimo di Dylan, di una ambiguità ulteriore quasi a voler dire nello stesso tempo “per fortuna mi avete lasciato fuori da queste storie, già ne hanno dette tante su di me”, ma anche “cavolo, hai chiamato in causa tutti, cosa ti avrò mai fatto per non nominare anche me?”. La battuta lascia campo a una frase che potrebbe suonare un po’ da sbruffone, se non si accordasse volutamente alle precedenti rodomontate di Mike Love: “I play a lot of dates every year too”. Poi chiudendo, con uno scatto inaspettato, Dylan si congeda con qualcosa che non potrebbe dire altri che lui. Riallacciandosi evidentemente all’esordio di Mike Love sull’armonia e sull’amore, aggiunge: “Peace, love and harmony is greatly important indeed, but so is forgiveness, and we gotta have that too.”

E un colpo di batteria termina il suo discorso e fa partire il ritornello di Like a Rolling Stone.

Pace, amore e armonia sono davvero molto importanti, ma anche il perdono e dobbiamo averlo anche noi. Un momento. Cosa stiamo ascoltando? Dove siamo stati proiettati? Un attimo fa eravamo a una festa rock, piena di star e ottime (forse) intenzioni. E ora Dylan cosa ci sta dicendo? è una reminiscenza del suo passato di predicatore? un proverbio? qualcosa di legato alle sue radici ebraiche? è un discorso morale o religioso? una frase studiata o improvvisata per la situazione? un modo per togliersi dall’imbarazzo e nello stesso tempo per stare un passo avanti agli altri? La frase va via talmente in fretta che è probabile che nemmeno tutti l’abbiano veramente sentita. Però c’è una parola al centro che condiziona l’intera struttura della clausola di congedo: forgiveness. Noi diciamo “perdonare” e abbiamo solo questa parola, la lingua inglese ha adottato sia pardon che forgiveness. La pace, l’amore e l’armonia sono importanti sì: ma il perdono. Cos’è questo perdono? in cosa consiste?

C’è questo aspetto sempre così poco consolatorio nelle parole e nella musica di Dylan. Questo modo di tenere a freno l’eloquenza, di non impegnarsi in dichiarazioni programmatiche. Se ci pensiamo pace, amore e armonia sono parole bellissime, ma estremamente impegnative. Possono essere un sogno, ma qualche volta sono state anche l’insegna di un incubo. Sono parole collettive, mobilitano, hanno un forte potere di suggestione ma anche di condizionamento (chi può dire di essere contro la pace? nemmeno i dittatori lo proclamano apertamente).

Il perdono, invece, ha una funzione molto più intima. Richiede una scelta più personale: è il momento finale, ma non definitivo, di un percorso interiore. E non significa solo rinunciare alla vendetta, lo sappiamo bene. Significa rinunciare consapevolmente a aggiungere nuovi pesi e nuovi dolori alla terra, che ci è madre. Rinunciare all’assedio delle reciproche recriminazioni. Rimettere i debiti. Che è ciò che il mondo non sa più fare. Non sappiamo più rimettere i debiti: c’è sempre un conto sospeso con qualcuno, col padre, col fratello, con la società, con la Storia. Su questo punto debole, su questa funzione ragionieristica a cui abbiamo asservito la Memoria (la facoltà più umana che si possa possedere), su questo macigno, che ci imponiamo prima ancora di imporlo al fratello o alla sorella, erigiamo una civiltà sempre più stanca e anonima. Se guardiamo oggi, a trent’anni di distanza dalle parole di Dylan, la realtà dei partiti politici di potere o di opposizione, ad esempio, notiamo essenzialmente questo: la totale e esibita assenza di forgiveness, il motore inestinguibile della loro ricerca di consenso è la distruzione di ogni umana pietà. Pietà, altra parola bandita dal vocabolario della convivenza, parola non spendibile socialmente, pena la pubblica derisione.

Bisognerebbe fare una piccola lista di parole sopravvissute allo sfrenato consumo pubblicitario e che pure non trovano ambito di risonanza pubblica. Dylan potrebbe regalarcene un’altra: dignity.

Dignity è il titolo (e l’argomento) di una canzone che sarebbe inizialmente dovuta uscire in un album del 1989 “Oh Mercy” (prodotto da Daniel Lanois), ma che poi avrebbe seguito – evento non raro quando si tratta di canzoni dylaniane – altri percorsi per apparire in pubblico.

Fat man lookin’ in a blade of steel /Thin man lookin’ at his last meal / Hollow man lookin’ in a cottonfield / For dignity.

“L’uomo grasso la cerca in una lama d’acciaio / L’uomo magro la cerca nel suo ultimo pasto / L’uomo vuoto la cerca in un campo di cotone / la dignità.”

Di cosa stiamo parlando? cosa stiamo cercando? la dignità certo. Ma come è fatta, da che parte è andata, chi l’ha vista passare? Beh, questo è un altro paio di maniche. Profeti di facile consenso possono regalarvi un surrogato della dignità, si chiama indignazione. Che è una parola collettiva e mobilitante. Ma la dignità? dove la troviamo, ripeto? Una canzone che va avanti tra domande erranze ed errori. Forse la prima vera canzone che si misuri con Blowin’ in the wind (ci sono voluti 25 anni ma Bob ce l’ha fatta) nella costruzione di un piano retorico (nel senso tecnico del termine) non asseverativo ma sempre problematico. Blowin’ in the wind era una canzone di domande, in Dignity chi canta è un investigatore a cui stanno per ritirare la licenza, uno con un dito di barba di troppo e vestiti sempre stazzonati.
Chilly wind sharp as a razor blade /House on fire, debts unpaid / Gonna stand at the window, gonna ask the maid / Have you seen dignity.

“Un vento freddo taglia come la lama di un rasoio / Edifici in fiamme, debiti non pagati / Mi affaccio alla finestra e chiedo alla cameriera / Hai visto la dignità?”

Bisogna essere sobri, non tanto per capire dove sta la dignità, ma per saper attraversare stanze sontuose e vicoli miserabili con la stessa determinazione a cogliere echi e visioni; bisogna farsi strada tra mazzi di chiavi smarrite e pacchetti di sigarette vuoti per imparare a fare le domande giuste, per smascherare gli impostori. Qualcuno vi mostrerà una foto della dignità, ma voi scoppierete a ridere. Dignity never been photographed .

Già, la dignità non è mai stata fotografata. Come la pietà. Come il perdono.

La pasqua dei poveri

Forse per noi, che non abbiam pane,

forse più bella è la tua Santa Pasqua,

o Gesù nostro, e la tua mite frasca si spande,

oliva, nelle stanze quadre.

Povero il cielo e povere le stanze,

Sabato Santo, il tuo chiaror ci abbaglia,

e il nostro cuore fa una lenta maglia col cielo,

che ne abbraccia le speranze.

Semplice vita, alle nostre domande tu ci rispondi:

Su coraggio, andate!

Noi t’ubbidiamo, e questa povertà non ha bisogno più d’altre vivande.

Noi siamo tanti quanti alla campagna sono gli uccelli sulle nostre piante,

cui sembra ancor che le parole sante

giungan col vento e l’acqua che li bagna.

A noi, non visti, nelle grigie stanze,

miriadi in mezzo alla città che fuma,

Sabato Santo, la tua luce illumina solo le mani, unica festa, stanche.

A noi la pace che verrà, operosa,

già dentro il cuore e sulla mano sta,

che ti prepara, o Pasqua,

e che non ha che il solo pane per farti festosa.

(Carlo Betocchi)

La neve

è venuta da più lontano delle strade.

ha toccato il prato, l’ocra dei fiori,

con quella mano che scrive a fumo,

ha vinto il tempo con il silenzio.

Più luce stasera

a causa della neve. si direbbe che ardano foglie, davanti alla porta,

e c’è dell’acqua nella legna che si porta dentro

(Yves Bonnefoy)

Cosa può fare la poesia per aiutare la politica: la lezione di Dylan

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(Questo intervento è stato scritto e letto per la festa dell’Associazione Oltre l’Occidente il 6 gennaio 2018. A seguire sono state eseguite tre canzoni dall’album “John Wesley Harding” di Bob Dylan: I dreamed I saw St. Augustine, I pity the poor immigrant e All along the watchtower.)

Buonasera,

negli anni questo spazio ha conservato un requisito e un mandato che nessuna circostanza è mai riuscita a modificare: la possibilità che chiunque possa prendervi la parola, senza che ciò venga percepito come una graziosa concessione. Speriamo che questo carattere rimanga a lungo a contraddistinguere questa associazione e i suoi aderenti. Del 2017 trascorso conservo, come tutti, molte immagini, ma tra le ultime in ordine di tempo mi ha molto colpito quella dell’irruzione di alcuni militanti di un’organizzazione di estrema destra all’interno di un circolo o associazione culturale pro migranti a Como. Perdonate se sono impreciso nel ricordo, perché fin dalla prima percezione ciò che mi ha colpito non è stata tanto la notizia, quanto il silenzio. Il silenzio dei partecipanti a quella riunione, mentre un militante di estrema destra leggeva un suo comunicato. I suoi colleghi erano in piedi intorno alle altre persone sedute. Sedute e in silenzio. O almeno così mi è parso. O almeno è ciò che ho percepito. Il silenzio non è necessariamente un male, sempre che non sia, forse, un silenzio rassegnato. Forse in quell’occasione non vi era molto da fare se non tacere, di fronte all’evidente senso di sopraffazione. Perché talvolta se un individuo tace di fronte al suo aggressore in quest’ultimo il senso di imbarazzo e vergogna per ciò che sta facendo può diventare più intenso, magari insostenibile. Capite bene che non sto in alcun modo dicendo che una vittima debba tacere. Mi sto solo soffermando sul silenzio di quella determinata occasione. Esso era un silenzio collettivo e attivo: cos’altro si poteva fare, del resto?

Cos’altro si poteva fare?

Cos’altro si poteva fare, domando ancora?

Credo che in altri tempi, l’unica risposta realmente convincente sarebbe stata quella di qualsiasi gruppo sopraffatto dall’arbitrarietà di un potere violento (a parte reagire con violenza, intendo): cioè cantare. Se fossi stato là, mi sono detto in questi giorni, forse mi sarei messo a cantare. Ma quanti mi avrebbero seguito? Conosciamo poche canzoni che ci restituiscano il senso di collettività e di resistenza. Forse le ultime sono state quelle, appunto , della guerra di Liberazione. Eppure c’è stato un tempo che tra gli elementi identificativi di un popolo sofferente e oppresso vi era il canto. Forse soffriamo troppo poco? O troppo individualmente? Dove ritrovare l’origine del canto, la fonte segreta e pubblica, dove le melodie, dove le parole?

Woodrow Wilson Guthrie (il padre lo aveva chiamato come il Presidente degli Stati Uniti ideatore della Società delle Nazioni) aveva una chitarra e sopra la chitarra aveva appiccicato un’etichetta su cui era scritto: THIS MACHINE KILLS FASCISTS. Come dobbiamo prendere quella dichiarazione di poetica? Vedete, non c’era scritto: la cultura ammazza i fascisti. Del resto come potrebbe un concetto così vago, come la cultura risolvere problemi concreti e complessi? Ve lo immaginate Woody Guthrie che imbraccia un assessore alla cultura e fa ta-ta-tà? Può una chitarra ammazzare i fascisti? E visto che una chitarra non spara pallottole, e nessuno intende versare il proprio o l’altrui sangue, in che senso delle note musicali possono spezzare la regola della violenza, la legge del dominio dell’uomo sull’uomo? Come può dare una voce speranza? Ma poiché speranza per me ha sempre un significato politico, come può la voce umana diventare veicolo di trasformazione sociale, come può prendersi cura degli afflitti e costruire l’impensato, ovvero un mondo in cui al dominio dell’uno sull’altro si sostituisca il mondo dei liberi e degli uguali? Che poi è il sogno delle rivoluzioni, grandi creatrici di canti. Il tema del mio intervento qui è come fare poesia nel mondo della politica?

Woody Guthrie è morto il 3 ottobre 1967. Alla fine dello stesso anno Bob Dylan esce da un silenzio durato un anno e mezzo (preceduto da un misterioso incidente in motocicletta) e pubblica uno strano album “John Wesley Harding”. È un album che supera in un balzo la trilogia elettrica che aveva lanciato Dylan sulla vetta del mondo, tornando apparentemente all’anima più folk del menestrello del Minnesota. Il 20 gennaio del 1968 (quasi 50 anni fa, quindi) Dylan compare di nuovo in pubblico per celebrare la memoria di Guthrie, l’ultimo dei suoi idoli, in un grande concerto collettivo alla Carnegie Hall. Tutti considerano John Wesley Harding un grande e misterioso album, intriso di rimandi poetici, di citazioni bibliche, di complesse visioni immerse però in versi scarni e accompagnati da una musica essenziale, quasi minimale (senz’altro un album che si contrappone alla stagione psichedelica incarnata dal Sgt. Pepper dei Beatles). Eppure voi continuate, ve ne prego a tenere gli occhi su Woody Guthrie questo grande cantante e autore vagabondo d’America, che cantava storie di contadini e minatori, ballate sulla Grande Depressione e sulla siccità, che avrebbe scritto velenose canzoni contro il suo proprietario di casa, un certo Fred Trump (vi dice niente questo nome? era il padre dell’attuale Presidente degli Stati Uniti). Guthrie cantava “questa terra è la tua terra”, ma aveva anche composto una straordinaria ballata: Tom Joad. Tom Joad è il protagonista del romanzo di Steinbeck “Furore”. Il titolo originale The Grapes of Wrath, letteralmente I grappoli d’ira (o I grappoli d’odio), è un verso tratto da The Battle Hymn of the Republic, di Julia Ward Howe (che noi conosciamo per il ritornello Glory glory halleluja!). La trama di Furore è molto semplice, il lungo viaggio di una famiglia, i Joad appunto, da una costa all’altra degli States, attraverso l’America più povera, alla ricerca di lavoro e benessere, e la scoperta che il Grande Sogno Americano nasconde una realtà molto più dura, brutale e opprimente.
A molti Furore è noto anche attraverso il film (diretto da John Ford, interpretato da Henry Fonda), e in particolar modo il monologo che Tom fa alla madre, e che ora vi cito:

…..Ma’ disse: “Come faccio a sapere che ti succede? Capace che t’ammazzano e io manco lo so. Capace che ti fanno male. Come faccio a saperlo?”.

Tom fece una risatina imbarazzata. “Be’, magari è come diceva Casy, che uno non ha un’anima tutta sua ma solo un pezzo di un’anima grande… e così…”

“E così che, Tom?”

“E così non importa. Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, be’, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito… be’, io sarò lì. Capisci? Perdio, sto parlando come Casy. È che lo penso tutto il tempo. Certe volte è come se lo vedo.”

Io sarò lì: “ I’ll be there”.

In questo brano Steinbeck cita quasi testualmente dei versi tratti da I Dreamed I Saw Joe Hill Last Night di Alfred Hayes e Earl Robinson, dedicata alla memoria dell’omonimo sindacalista rivoluzionario di origine svedese. Joe Hill (che era stato condannato a morte per un presunto omicidio, dopo un controverso processo indiziario) appare in sogno – come Tom Joad appare in forma di fantasma nella canzone di Springsteen The Ghost of Tom Joad, e afferma che non può morire.

Ma ora, visto che il mio tempo è breve, per fortuna per voi, torniamo alla domanda iniziale, e cerchiamo di darle una prima parziale risposta, e anziché guardare indietro rammentando i cari vecchi e bruttissimi tempi, proviamo a immaginare i canti di domani. Come saranno, chi li canterà, in che lingua? Come contribuiranno alla trasformazione sociale, a costruire un popolo, un popolo di fratelli?

Per rispondere a queste domande, debbo imbracciare la mia chitarra, che non ha cartellini e non sa come ammazzare i fascisti, e parlarvi del più impolitico e scostante poeta della seconda metà del Novecento: Bob Dylan. Dylan dopo gli esordi ha sempre evitato come la peste l’etichetta di cantante di protesta. Nel dicembre 1963 (in agosto aveva partecipato alla marcia per i diritti civili di Washington) si presentò a ritirare il Tom Paine Award. Costretto controvoglia a pronunciare alcune parole di fronte agli attivisti per i diritti civili lì convenuti (principalmente agiati democratici bianchi) disse più o meno di vedere qualcosa di sé stesso in Lee Harvey Oswald (Kennedy era stato ucciso da poco più di un mese). Fu l’ultima volta che fece un discorso politico in vita sua, memore dello scandalo suscitato. Dylan, per dirne una, non ha praticamente, se non per indiretti accenni, mai parlato contro la guerra in Viet Nam.

Perché Dylan è un artista che non fa discorsi politici, Dylan è uno che la politica la fa con le canzoni. Come? Facendo l’unica cosa che sa fare: provando a scrivere e a cantare non per una causa, per quanto nobile (Dylan è in fuga dalle cause, il ritornello di Dylan è I’m not there), ma perché non vi è altra cosa che è in grado di fare meglio. Non meglio degli altri, ma meglio per sé. Questo è il primo punto politico della faccenda: non esiste politica autentica che non tocchi e rappresenti integralmente il destino (irriducibile a quello di tutti gli altri destini) di ogni individuo. Se affidate alla parola “politica” la stessa valenza ottimistica e operativa della parola “progresso”attribuita dal liberalismo a inizi Ottocento, allora potete stare certi che Dylan ne avrebbe la stessa opinione che ne aveva Leopardi. Il progresso non esiste, se non come ideologia, poiché ragiona in termini di masse, laddove le masse sono fatte da individui, poiché ragiona in termini statistici laddove gli uomini si nutrono di pane e non di grafici, poiché trascura la condizione umana (che è male) a favore di un presunto bene comune.

Questo è il primo punto.

Il secondo punto riguarda la questione dell’esercizio del potere e del successo. Dylan, contro tutte le apparenze, contro tutte le leggende sul suo personaggio, da buon americano del Midwest rifiuta l’idea che il successo sia l’attributo di ogni legittimazione. Quindi potete immaginare con quale realismo guardi alle elezioni. Perché in ogni concezione del successo, e l’America è la patria di questa concezione, è implicito un principio maggioritario (anche in sistemi elettorali proporzionalistici). Dylan non è nemmeno uno di quelli che sta incondizionatamente con le minoranze. E lo credo bene: perché il sogno di quasi tutte le minoranze è diventare maggioranza. Dylan ha avuto e ha molti difetti, ma non ha mai voluto essere una maggioranza, non fosse altro che per diventare maggioranza si deve diventare compiacenti, si debbono fare discorsi compiacenti, e compiacere è il primo passo verso il potere e verso la schiavitù. Capite bene allora il suo problema con il dover ritirare il premio Nobel.

Il terzo punto è che ciò che un artista o un poeta hanno da dire lo dicono nelle loro opere e soprattutto nell’autenticità del modo con cui lo dicono, o meglio nello stato di necessità che spinge loro a rivolgersi a un pubblico. Questa necessità è fatta di un propedeutico ascolto. Si canta perché si è molto ascoltato. Oggi questo concetto va sempre meno di moda. Ed è per questo che oggi si canta sempre meno insieme, perché ognuno ha la sua canzone, e la considera l’unica testimonianza che possa essere ascoltata. Questa dimensione moderna (o ultramoderna) ci regala una peculiare solitudine, e il conseguente silenzio.

Dylan ha ascoltato tanta musica, prima e durante la sua carriera. Non potete immaginare quante canzoni conosca. Conosce le ballate scozzesi più antiche e i canti sindacalisti, le canzoni su leggendari fuorilegge e i racconti di assassinii e spettri. Spesso, nelle scalette dei suoi concerti inserisce a sorpresa un brano non suo, che proviene dalla sua prodigiosa memoria sonora. Non si sa con quali criteri lo selezioni, ma sta di fatto che quel brano si materializza, sia esso un vecchio blues o una vecchia filastrocca. Conosce anche I dreamed I saw Joe Hill last night, al punto che una sua canzone si intitola I dreamed I saw St. Augustine. In questa canzone Sant’Agostino è citato come martire (del resto Sant’Agostino è morto mentre i Vandali assediavano la città di cui era vescovo), ma che importa? Dato che a Dylan non interessa la accuratezza storica, ma qualcos’altro. La tradizione folk è invenzione e liberazione, le sue melodie si adattano a innumerevoli contesti. Possono prendere la storia di un bandito e farne una leggenda. Del resto John Wesley Hardin era davvero un malfattore, una specie di Vallanzasca del suo tempo. Ma chi ci dice che Robin Hood fosse meglio? E poi attenzione, Dylan lo chiama John Wesley Harding, con la “g” finale (Harding è stato anche un presidente degli Stati Uniti, successore di Woodrow Wilson). Dunque, di chi sta parlando Dylan? Forse di un altro eroe/bandito, o forse di ciò che John Wesley Hardin sarebbe diventato se nel suo cognome avesse avuto una lettera in più!

Giungiamo così al quarto e ultimo punto di questa mia presentazione. Sommariamente dirò che è legata ai primi tre in maniera molto stretta. Una buona poesia è necessaria alla politica proprio perché non la compiace, rifiuta il concetto di successo e progresso, libera un canto, libera gli individui prigionieri di un nome e di una Storia, ci libera dalla concezione della vita come un’implacabile Anagrafe o Schedario giudiziario, ma non sarebbe ancora una buona poesia e non avrebbe da insegnare qualcosa alla politica se non si soffermasse a un ultima aspetto, esemplificato nella prima canzone che canterò: I pity the poor immigrant. Questa canzone è un piccolo capolavoro nell’arte di indirizzare uno sguardo: c’è qualcuno che dice “ho pietà del povero immigrante” e poi ci elenca tutte le caratteristiche di questa categoria di gente che è arrivata da un altro mondo e ha trasformato la nuova terra su cui si è insediata. Si intuisce che qui l’immigrant è il vecchio colono, lo yankee, il conquistador, coloro che hanno trasformato la terra in qualcosa da sfruttare, scavare, da strappare alle mani di altri, da nascondere agli occhi degli estranei, da riempire di rifiuti, da abbandonare una volta impoverita e distrutta… eccetera eccetera. Eppure nella voce di chi canta non vi è alcuna condanna. I pity, dice. Potrebbe essere la voce e lo sguardo di un nativo indiano. Forse potrebbe essere la voce – quasi un bisbiglio – di uno di quei barefoot servants che compaiono in All along the watchtower. Uomini scalzi (è noto che Dylan abbia tenuto conto di molte suggestioni letterarie nelle immagini di questa canzone, T.S. Eliot in particolare, ma soprattutto la Bibbia) che attraversano le sale e ascoltano i terrori dei principi, mentre scrutano il deserto dalle torri di vedetta. Come se il possesso del potere e della ricchezza, fossero un segno simile al segno di un Caino, benché più moderno e ironico. Dovremmo, benché ciò suoni paradossale, provare a cantare una canzone che dica: Ho pietà del trafficante di uomini, o del venditore di morte, o del manager che sega posti di lavoro… perché vorrebbe dire che avremmo cominciato a immaginare un mondo dove non si vuole sostituire a un successo un altro tipo di successo, un potere a un altro potere, ma dove la condizione umana sarebbe orientata alla crescita e alla dignità di ognuno. Dovremmo trovare una via di uscita, come disse il Buffone alla Ladro: dal destino come dalle faide, dal circolo dei desideri come dagli ingorghi di parole. Le parole, ecco.

Come dice il Ladro: So let us not talk falsely now, the hour is getting late.

Buon ascolto.

Tregue

“…tra il padre e la madre c’erano quelle guerre tra marito e moglie che litigano per qualsiasi cosa, ma poi dormono insieme nel letto matrimoniale dove nascono i figli per tregua delle loro guerre. E il ragazzo Da Ponte aveva capito che anche lui era nato così, perché forse quasi tutti nascono così, dunque è inutile parlarne…”

(Gianni Celati)

Il Dottore è qui

(a P.)

All’ingresso del nuovo cimitero israelitico di Praga un cartello ci dice che il Dottor Franz Kafka è a 250 metri. Prendiamo il vialetto di destra, quello che costeggia il muro di cinta del cimitero oltre il quale procede la via Izraelská. Sono le nove e ha smesso da poco di piovere, la terra manda il suo odore greve, dolciastro e il silenzio è interrotto dal rumore di pigre gocce d’acqua che scivolano dalle foglie: la riconosci che non è pioggia, i tonfi a terra sono meno regolari ma più fragorosi. Una tregua più che una pioggia. Il dottor Kafka è a 250 metri, poi 100, ci dice un successivo cartello. Alla nostra destra il muro di cinta è corredato da epigrafi e targhe in pietra, molte sono di interi gruppi familiari scomparsi nella voragine della Shoah. Più avanti, sempre sulla destra, un’epigrafe più grande ricorda gli artisti, gli scrittori, gli intellettuali annientati dall’efficiente sterminatore nazista. Il dottor Kafka è a pochi metri. Non c’è bisogno di un cartello che ce lo dica, adesso. Lo intuiamo. Dagli indizi, certo, e da un silenzio più assorto. Ma è davvero qui il dottor Franz Kafka? Eppure dovremmo leggerli meglio, i segnali, anche i semplici segnali stradali. Quel cartello, ad esempio, non dice “laggiù riposa” o “laggiù giace”. Ci indica una direzione. Forse il dottor Kafka ci attende, come attendeva i visitatori nel suo ufficio, durante l’orario di lavoro. Ma siamo davvero attesi? Forse Kafka ha appena preso ombello e impermeabile e sta procedendo in direzione opposta alla nostra, ma sul vialetto parallelo. Forse, infine, e questa è l’ ipotesi che potrebbe destare più sospetti, Kafka è il signore che abbiamo incrociato all’ingresso del cimitero e che ha sollevato il cappello in segno di saluto. Non lo sapremo mai. Avremmo dovuto prendere un appuntamento? Avremmo dovuto farci sorprendere? Giungere qui, intendo, senza velleità di turismo letterario, affinché fossimo ricevuti o travolti o semplicemente esposti alla gioiosa casualità di un incontro? Forse dovevamo venire in pellegrinaggio solitario, forse abbiamo trasgredito a una tradizione, a un’attitudine del nostro viaggiare. Ma è davvero così? Stavolta, arrivando in due, forse, non abbiamo dato una sommessa testimonianza di umiltà, come se le rispettive individualità fossero consapevoli che da sole non avrebbero retto lo sforzo dell’impresa? Siamo colti da un nuovo dubbio. Forse il dottor Kafka sarà sempre a 250, 100, a un metro da noi? Più avanti o più indietro dei nostri passi? “Di qui passa Kafka”, recita il titolo di un libro di Johannes Urzidil. Dunque il cartello all’ingresso ci sta indicando uno dei possibili passaggi quotidiani di colui che stiamo cercando? Forse anche il nostro caso è sussumibile a un destino di erranza o di inafferrabili geometrie? Pochi passi prima che il vialetto da noi percorso incroci un vialetto che svolta a sinistra verso l’interno del cimitero, tra lapidi eleganti, sobrie, ma invero eloquenti, una stele esagonale simile a un cristallo ci ricorda che il dottor Kafka è, o è stato, qui. Qui ci sono i suoi genitori. Qui, supponiamo, ci sono, anche se non menzionate, le tre sorelle di Kafka, perite nell’inferno dei campi di concentramento. Qui c’è Max Brod. E Joseph K. E Gregor Samsa. Ci sono l’agrimensore, il medico, l’artista del trapezio. E qui, senza sorpresa, scorgiamo anche noi, coi nostri visi, coi soliti vestiti. Ma il fatto è che noi siamo sempre troppo, troppo in anticipo, o troppo in ritardo.