Parata

Oggi mentre, accanto a Roberto e Maria, osservavo il suggestivo sipario dipinto da Picasso per i Balletti Russi, al museo di Capodimonte di Napoli, Maria mi ha indicato il gruppo di artisti seduti intorno al tavolo a destra, dicendo: “ecco la lieta brigata”.

Allora ho pensato a quante volte ho usato questa espressione, “la lieta brigata”,  raccontando in pubblico la fiaba dei Musicanti di Brema. Lì, l’asino il cane il gatto e il gallo, anche in marcia o nel chiasso della loro improvvisata orchestra, hanno la spontanea levità di chi, non avendo nulla, trova tutto nella compagnia dei propri amici.

Ora, considerate che chi vi parla non si è ancora completamente ripreso dallo scioglimento dei Beatles, e quindi questa mio senso di carenza di lieti consessi amicali può essere senz’altro frutto di un qualche disturbo affettivo avvenuto in fase di crescita, ma a me pare che alla terra gioverebbe essere percorsa più spesso da liete brigate. 

E invece restiamo sempre più chiusi nelle nostre dimore. I nostri personali casi hanno sempre la prevalenza se dobbiamo scegliere di uscire e incontrare qualcuno. I nostri amici ci perdono di vista. Fatichiamo a fare visite, non andiamo quasi più insieme al mare. Le chitarre restano nelle custodie, sono spenti i fuochi e le stelle, se proprio dobbiamo, le andiamo a guardare da soli. Non certo per mitigare i nostri affanni, ma per aumentare a dismisura le nostre insofferenze e nostalgie. Con difficoltà sosteniamo di condividere stanze e abitudini, poiché siamo nervosi e abbiamo sempre poco tempo. La ricerca di un compagno o di una compagna è esercizio difficile,  e anche quando essa va a buon fine è sempre provvisoria, perché sempre prioritario resta non il nostro benessere ma il nostro personale e inalienabile senso di insoddisfazione. Rifiutiamo le offerte, con nobiltà. Ma dimentichiamo che esiste anche una nobiltà nell’accogliere. Il dono del tempo di un amico lo disdegniamo, quasi sempre. E ignoriamo che quel dono salverebbe la vita dell’amico.

Abbiamo studiato, con maggior scrupolo di tanti, ma né libri né viaggi hanno offerto rimedio a questa solitudine senza scopo, a questo avvelenarci il pane, alla logica del disincanto. Dunque abbiamo studiato inutilmente, o male.

Così i nostri canti diventan fiochi, e lo sguardo che vorremmo duro e allenato alla sofferenza, è in realtà lo sguardo ostinato del bimbo che esibisce un suo capriccio.  

La morte poi un bel giorno arriverà e porterà via le nostre pene, banalissime in fondo, i nostri ‘sempre’ e i ‘mai’. E camminando dietro a lei scorgeremo gli artisti di Parade, i quattro animali della fiaba e una band di cuori solitari che ci intonerà: “We hope you will enjoy the show”.

Ma lo spettacolo era alle nostre spalle. Era un trionfo di prati e di fiori gialli, era Laura che ci salutava da laggiù. Ma noi non avevamo tempo per fare niente.

Niente.

Conclusioni

Un patto mi lega da diversi anni alle insegnanti e ai bambini della Scuola dell’Infanzia “Vittorio Miele” di Frosinone. Arrivati a fine attività, dopo settimane insieme e decine di storie raccontate, il patto prevede che io scriva una filastrocca. Tra le centinaia di adempimenti burocratici di fine anno ( tutti inutili, peraltro, tutti inventati per generare mortificazione: per trasformare gli amanti delle rime in proni sudditi delle scartoffie) congedarsi con una filastrocca è una delle cose più gradite, utili e naturalmente meno richieste. Eppure pensate che bello se riuscissimo a sorprenderci, qualche volta, con l’estro di ingenue rime. Un tempo mi piaceva spiegare che la parola “rima” deriva dal latino rhythmus. Le rime ci ricordano che siamo vivi, che il cuore batte seguendo il suo ritmo, che siamo immersi nella successione regolare eppure sempre nuova di cicli astronomici, di stagioni. È un ritmo il nostro respiro, un ritmo il nostro passo, un ritmo il passaggio dalla veglia al sonno. È per questo che i bambini ridono sempre se porgete loro una rima: perché vi ritrovano nascosto il sorriso di nostra sorella la vita. Ora che la mia filastrocca, anche per quest’anno, è composta, il nostro patto è stato onorato.



C’è un filo che unisce ogni cosa
dal seme al bocciolo di rosa 
è un filo minuto e tenace
è fatto di azzurro e di luce.

È il filo dei giorni passati
dei sogni perduti e avverati
è il filo che lega ogni storia
seguirlo vuol dire memoria.

È un filo che arriva lontano
e porge al futuro una mano
è un filo curioso e sottile 
con tutti sa farsi gentile.

Sa far spalancare la bocca 
ridendo come una filastrocca 
sostiene i tuoi occhi in lettura
ti segue dentro ogni avventura.

Ti trova al risveglio, al mattino
rallegra l’anziano e il bambino
ti offre il conforto la sera
narrandoti una storia vera.

Quel filo assomiglia alla vita
è cuore, energia appassionata,
è volo, passione, poesia,
è il filo della Fantasia.

    D. F.

    8 maggio

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    È proprio del ragazzo affacciarsi di tanto in tanto qui in giardino, in estate particolarmente, nel tardo pomeriggio: ce lo ricordiamo quando su quel prato ci saliva a piedi nudi e faceva prima un grande respiro, per assaporare a pieni polmoni il profumo d’erba tagliata

    allora, quando lui arriva,

    se siamo a cena, ci voltiamo a turno verso la finestra, con discrezione, per guardarlo mentre cammina e controlla la crescita di quello che fu il suo giardino: se in quei momenti sia colto da malinconia o tristezza, non ce lo dà a vedere, perché è sempre un ragazzo, coi suoi pantaloni corti e le gambe abbronzate, e il ciuffo che gli ricade sulla fronte

    non osiamo, nemmeno, chiamarlo

    per chiedergli “come va? sei felice?”, a noi fa piacere vederlo così, immerso in quella luce che si fa pulviscolo, lui e i suoi pensieri e i suoi buffi giochi di parole, fino a quando il verde si fa più cupo e il tardo pomeriggio si fa sera: allora oseremmo dire che ci faccia come un cenno prima di congedarsi in silenzio.

    È proprio, talvolta, del ragazzo chiamarci su in montagna, in mezzo a qualche bosco, invitare noi, che ci siamo fatti abitatori pigri di città, a sentire l’odore dei funghi: salire per salire, noi non lo facciamo quasi più da un pezzo, noi che dobbiamo imparare di nuovo ogni volta a volerci bene, come fratelli, noi che soffriamo di solitudini e timidezza

    ma allora, quando lui ci chiama col suo fischio,

    noi sorridiamo, perché riepiloghiamo tutti i nostri rituali, e i suoi, veri rituali da ragazzo, il coltellino il bastone il cesto e gli stivali, l’elenco dei consigli e delle leggi del bosco: allora il ragazzo richiama in azione la sua vecchia banda, e noi siamo qui, come se il ragazzo se ne fosse andato ieri,

    noi lo seguiamo come si segue appunto un ragazzo

    che inventa strade e sentieri e piani, e ci spiega come farebbe se fosse il capo degli indiani, e che bello sarebbe se stanotte si restasse qui, peccato che si debba presto o tardi tornare.

    Il ragazzo ha un curioso modo di mandarci sue notizie, a volte attraverso una canzone che passa alla radio, a volte facendo comparire da un cassetto una moneta turca o un bottone o uno di quei mille attrezzi che gli piaceva collezionare. Qualche volta lo chiamiamo in causa noi. Diciamo: “Il ragazzo è in Cina!” e allora ci capita di rievocare una delle sue avventure ad Hangzhou.

    Noi siamo sempre indulgenti con lui, forse perché sapeva inforcare la vita come una bicicletta, e nella vita ci ha fatti entrare sulla sua prima Cinquecento rossa.

    Noi siamo indulgenti anche quando non si fa sentire per mesi:

    lo immaginiamo inviato in missione segretissima da qualche parte. In queste sue assenze ciò che ci preoccupa (senza riuscire reciprocamente confessarcelo, ed è questa la cosa più gravosa, per noi che già parliamo così poco) è che il mondo che ha qui lasciato si vada sempre più mutando: sparite sono le fabbriche, più poveri i boschi, e i suoi ragazzi hanno qualche ruga in più e ci vengono a trovare, ma sempre meno spesso, con corredo di mogli e figli sempre più grandi.

    Vorremmo che il ragazzo non se ne accorgesse, e forse davvero non se ne accorge. Ci sembra che sorrida sempre, anche se i suoi arrivi e le sue partenze sono sempre solitarie.

    Vorremmo che restasse sempre un ragazzo, perché questa è stata la sua natura, e in fondo anche il suo destino. Vorremmo vederlo tornare nel nostro giardino ora che la stagione è al culmine, vorremmo ci facesse un cenno e un sorriso da laggiù, tra luce e ombra. E vorremmo anche noi capire dove finisce la luce e dove comincia l’ombra, dov’è che il ragazzo appare e dove ci lascia. Perché vi troveremmo anche il segreto della nostra attesa, il segreto di questa strana vita che corre e passa e corre, corre ancora,

    come da ragazzi si usciva e si correva incontro al mattino.

    (a mio padre Romolo Fischanger, 8 maggio 1947 – 20 gennaio 1999)

    Eco

    ​Scrivo le poesie su un piccolissimo taccuino. Ne avrò scritte dieci in tutto in dieci anni. Perciò il taccuino è tutto pieno di correzioni, riprese, varianti. Le parole e le note corrono tutto intorno alle versioni definitive, e allora non so più se sia il caso di staccare queste ultime da quel contesto per trasferirle su pagine nuove. Aggiungo di tanto in tanto nuove parole, ma in caratteri più piccoli, sempre più minuscoli. Sopra un verso ecco che appare allora un altro verso microscopico che si intreccia a un giro di frasi ascoltate sul treno o alla posta o per strada, qualche mese o qualche anno prima. Il taccuino è una vasta mappa su cui si incrociano rotte sempre più confuse e numerose. Infine non si scorge più nulla. Si intuiscono parole al fondo, come grandi animali marini che giacciano in rarefatte profondità. I segni si sovrappongono, griglia su griglia, rete su rete. Sghembo portolano per viaggiatori senza meta e senza viaggio.

    La mappa è uno specchio carico di incrostazioni e graffi, che rimanda un volto carico di altri volti. Mi sporgo sullo specchio, ma ormai meno spesso di un tempo. Ho oscurato anche gli specchi domestici, più modesti servitori, per timore di ritrovare su di essi non più il mio viso ma la massa ingarbugliata che un tempo doveva essere un ordinato sistema di versi, righe, sillabe. 

    Apro il taccuino proprio adesso, la mano scosta una cortina pesante che non dovrebbe mai essere violata.

    Se mando una voce allora verso quelle oscure voci, attendo invano un’ eco.

    Beati gli ultimi demoni

    ​Occorre lasciare buchi, 

    non si può lasciar traccia
    non si può, come ciuchi,
    vivere solo di una faccia.

    Custodire l’incustodibile,
    aprire finestre in un muro,
    occorre cambiare d’ordine i mobili,
    chiamar passato il futuro.
    Sostituire in corsa veicoli
    – come eroi di film d’azione –
    facendo salti ridicoli,
    da acrobata, da buffone.
    Oppure come un Wakefield
    così senza motivo
    morire per alcuni,
    restando ancora vivo.
    Occore mutar domicilio,
    però senza celarsi,
    sparire allo sguardo pubblico,
    alla folla mescolarsi.
    Gli addii cesellare
    sull’ architrave di ogni stanza,
    le luci spegnere alle spalle
    con curata disperanza.
    Occorre farsi pietra,
    pascolo sconosciuto,
    albergo fuori stagione
    filo interrotto, muto.
    E cancellare le rime,
    nascondere le lettere,
    disinnescare le mine,
    i cavi disconnettere.
    Occorre del tempo
    coltivare gli spasmi,
    resuscitare rimedi,
    le polveri, i cataplasmi,
    mescolare le ceneri,
    le origini, le radici,
    e poi saltar sul carro dei comici,
    sfiorando il culo alle attrici.

    Salutar con la mano,
    sottrarsi ai presenti,
    far finta di andar lontano
    prevenire incidenti.

    Ecco che cosa occorre,
    roba che non facciamo,
    al mondo riuscendo a opporre
    solo un grottesco richiamo.

    d.f.

    stiamo tornando tutti

    a G. per la casa

    a I. per la zattera

    Sono le sette e trenta di sera, è ottobre, da qualche minuto ha cominciato a piovere e sto tornando a casa. “Sto tornando a casa” dico a Livia che mi ha chiamato al cellulare per sapere cosa sto facendo. “Sto tornando a casa, stiamo tornando tutti a casa”, aggiungo. Del resto non c’è quasi più in giro nessuno. Chi doveva tornare a casa ci è tornato, o ci sta tornando, proprio come me (nel caso vogliate sapere, come Livia, cosa sto facendo). C’è ancora qualcuno che cammina e si attarda, proprio come me, e di questo indugiare posso intuire il motivo. In mezzo a questa desolazione fatta della scialba luce dei lampioni pubblici, di strade vuote e umidità, siamo usciti dalle nostre case a comprare le sigarette, a sgranchirci le gambe, a portare a spasso il cane, a confrontare il nostro deserto interiore con l’umano deserto terrestre. Io abito da solo in un appartamento al quinto piano di un palazzo. Sono sceso con l’ascensore meno di un’ora fa e c’era il consueto silenzio sulle scale, silenzio nell’atrio. Sono uscito e ho visto la luce diurna, già compromessa da nuvole cariche di pioggia, dissolversi e cadere, prima come un sasso da una grondaia, poi come uno straccio bagnato che voli giù da un terrazzo. E ora sono le sette e trenta, e stiamo tornando a casa in cinque o sei, alla spicciolata, da tragitti diversi e diversamente solitari. Abbiamo incrociato alcune persone in attesa dell’ultimo autobus, abbiamo visto le luci al neon del supermercato spegnersi a scatti progressivi  –clak clak clak- dal fondo del locale fino all’ingresso, abbiamo sentito la pioggia infittirsi, ne abbiamo sentito il peso sulle spalle. Non sono uscito solo per le sigarette, e non è completamente vera nemmeno la storia che sarei uscito perché mi ero bloccato nello scrivere. È vero che da qualche tempo scrivo poco, ma in realtà poco fa stavo leggendo, seduto sul mio divano. Leggevo quella pagina dell’ Huckleberry Finn in cui si paragonano case e zattere. Dice così: “Per noi non c’è nessuna casa che può reggere il confronto con una zattera. Tutti gli altri posti possono sembrare stretti e opprimenti, una zattera mai. Su una zattera ci stai veramente comodo e libero e felice…”. Allora ho sentito l’impulso di alzarmi e uscire. Ho pensato che la pioggia in arrivo avrebbe potuto gradualmente inondare il viale, il lungo viale in discesa che congiunge la parte alta della città con la stazione, e che allora magari lungo la strada trasformata in fiume avrei potuto veder passare, insieme a foglie rami auto cassonetti scatoloni, una zattera. Magari. Ma questo non l’ho detto, a Livia.

    Benché potessero farlo almeno da mezz’ora, anche i pochi commercianti intorno al palazzo in cui vivo si stanno ritirando. Il vecchio macellaio, da cui ancor prima di me si servivano i miei genitori, si è tolto con lentezza il grembiule e lo ha appoggiato ad una sedia, e ora si sporge dall’ingresso della macelleria. Le mani sui fianchi, guarda a lungo prima a destra, poi a sinistra. Il barista con la sua faccia da pugile e il ragazzo dell’edicola, quest’ultimo con un pacco di giornali in mano avvolti in uno spago, si sono sporti a loro volta e si  salutano con un cenno della mano. I gatti che sostano durante il giorno davanti la macelleria se ne sono andati da un pezzo. Poi tutti e tre, il macellaio il ragazzo dell’edicola e il barista, abbassano le serrande e si riuniscono nel cortile del mio condominio, scambiandosi alcune parole di circostanza. Sembra quasi che stiano andando ad una festa, o a un funerale.

    Passo davanti a loro, e mi guardano. Continuano a guardarmi fino a quando entro nel portone, che qualcuno ha lasciato aperto. Sento i loro sguardi e le loro voci, li sento appoggiarsi sulle  mie spalle come la pioggia, né leggera né pesante, ma persistente. Un’immagine della fatica, una pioggia senza tempo e senza zattere.

    L’ascensore è occupato, e allora salgo a piedi, ed è in questo momento che me ne accorgo. Mi accorgo della musica. Un riverbero lievissimo e dissolvente lungo le scale. Una musica che sembra sempre sul procinto di sfumare, e quindi mai afferrabile, una lunga canzone o una lunga serie di canzoni di cui posso intuire un motivo principale, ma senza mai riconoscerlo. Da qualche appartamento sicuramente, a un piano più sopra, mentre sto salendo. Può darsi che la musica filtri dall’interno di qualche appartamento, passando sotto la porta, come l’odore dei minestroni, gli infiniti minestroni degli infiniti condomini dell’universo infinito. È chiaro: la musica filtra e arriva sul pianerottolo, si diffonde in alto e in basso lungo la tromba delle scale. Mi piacerebbe capire da quale appartamento provenga, da quale famiglia da quale solitario abitante. Mi piacerebbe riconoscere un motivo, un ritornello, una melodia. Sono al secondo piano e sento che al piano di sotto sta entrando qualcuno. E sono sicuro, anche senza voltarmi a guardare, sicuro che siano il ragazzo dei giornali, il macellaio e faccia da pugile. E ho la certezza che stiano per prendere il mio ascensore. Eppure so che nessuno di loro abita qui.

    L’ascensore sale e mi supera che sono al terzo piano. Ad ogni pianerottolo guardo in alto, sopra le porte, scruto perfino il soffitto, per capire se per caso qualcuno abbia installato un impianto di filodiffusione di recente, a mia insaputa.

    Sono al quinto piano, davanti alla porta del mio appartamento. E la porta è leggermente accostata. Entro. Ci sono tutti. Il barista, il macellaio, il tizio dei giornali. E molti altri naturalmente. Gente in corridoio, in sosta. Ma anche in cucina, in salotto. Il mio vicino di pianerottolo sta uscendo in questo momento dal mio bagno, sventolando le mani per asciugarle, e mi sorride. Davanti al televisore ci sono due fratelli gemelli, li avrò incrociati centinaia di volte, per strada, a piedi, avranno la mia età e non ho mai capito cosa facciano nella vita. Per ora guardano un quiz. In camera mia, sul mio letto c’è una coppia di contadini che dà del becchime a una gallina e la osserva amorevolmente. Il ragazzo dei giornali ha appoggiato il suo pacco davanti allo specchio di fronte all’ingresso e gironzola con le mani in tasca: le estrae solo di tanto in tanto per toccare i soprammobili, i ninnoli, per sfogliare libri. Il barista ha aperto il frigorifero e mi guarda con disapprovazione: è quasi vuoto. Il macellaio è visibilmente stremato, scompare nella stanza degli ospiti e riappare dopo qualche minuto con indosso un vecchio pigiama di mio padre. Sono tutti discreti però. Discreti e silenziosi. E la musica accompagna la loro presenza, la stessa musica delle scale, una perpetua dissolvenza, una nebbia di note ovattate, che si spande dal televisore acceso, dalla radio, dai diffusori del computer che ho lasciato acceso prima di uscire. Ci sono persone anche sul balcone, una donna che una volta mi ha venduto un’enciclopedia  chiacchiera con un mio professore d’università. Entrambi fumano e guardano dall’alto la strada attraversata da rivoli di pioggia. Credo stiano flirtando, benché lui sia molto più vecchio di lei. Sono tutti a proprio agio, nella mia casa. Il signore del sesto piano ha portato il suo cane e gioca con lui sul tappeto.

    “Certo” mi metto a pensare, “è chiaro, stavamo tornando tutti a casa. A casa mia. Siamo tutti qui, perché fuori c’è la pioggia e non c’è altro posto dove andare”.

    Credo che mi preparerò un caffellatte e lascerò una scatola di biscotti aperta per tutti. Poi prenderò una coperta e mi sdraierò sul divano. Ma prima so che aprirò la finestra per fumare un’ultima sigaretta, e guardare giù la strada diventata un torrente. Ascolterò il rumore della pioggia e, in questo mondo che ha scordato le dissolvenze, lo paragonerò al suono della musica che si sta diffondendo da questa sera negli appartamenti, lungo i corridoi, nelle stanze, sui pianerottoli gli  atrii e le scale. Dentro le case della gente sola.

    E so che tra poco chiamerà di nuovo Livia chiedendo se sono tornato. Ma io le dirò no, che non sono ancora tornato. Che sto tornando. Forse.

    Beh, che aspetti? chiederà lei.

    Aspetto di farmi una zattera, risponderò.

    L’estate più felice della mia vita

    wp-1468569157573.jpgDa qualche estate mi riprometto di comprare e leggere un libro dal titolo particolarmente bello, “L’anno più felice della mia vita” di Alan Lomax (lo pubblica in Italia Il Saggiatore). Poi succede che il proposito, il desiderio, chissà perché mi sfuggono e sbiadiscono dalla mia volontà, e mi trovo a riformulare la stessa determinazione l’anno successivo. So più o meno di cosa il libro parli, un diario di viaggio a scopo di ricerca nell’Italia degli anni ’50 realizzato dal leggendario etnomusicologo americano, ma è sempre quel titolo ad attirarmi, l’idea che a un certo punto della nostra vita ci si possa concedere il piacere di fissare, con sicurezza, senza vergogna, il periodo tout court più felice della propria esistenza. La stagione più felice della mia vita è stata l’estate del mio diploma di maturità. La felicità si racconta male, ho letto da qualche parte, ed è per questo che la memoria ha spesso bisogno di fissarsi su luoghi e stagioni, prossimi o lontani. Talvolta la felicità assoluta ha un sapore pomeridiano e estivo, come in certi racconti di Parise, è fatta dell’immobilità, anzi della sospensione apparente delle cose e dell’essere, è una specie di soglia e di attesa prima di quella rivelazione cruda che ci proietta nel tempo e ci sperde definitivamente nel mondo. “Spersi nel mondo” sono i personaggi di alcune fiabe che sto leggendo in questi giorni, le Fiabe e le novelle calabresi raccolte circa cento anni fa dallo studioso di folklore e umanista Letterio Di Francia: l’espressione “spertu o sperta per lu mundu” ha un valore quasi formulare, e generalmente è proprio in quel vagare  che si condensa il senso delle vicende e delle prove dell’eroe e dell’eroina. Letterio Di Francia era nato a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, da una famiglia di artigiani che aveva dodici figli: uno in più e sarebbero stati tredici come i nani che aiutano la protagonista di Chioccia d’oro, splendida versione calabra di Biancaneve conservata nel suo generoso repertorio. Ho scoperto come Di Francia, in gioventù,  a causa delle modeste condizioni economiche, si sia sottoposto a grandi sacrifici per studiare, al punto di andare a leggere la sera sotto il lampione del municipio del suo paese. Questa immagine mi fa venire in mente lo studente insonne con cui Karl Rossmann dialoga in uno dei capitoli di America di Franz Kafka. Che poi è noto il fatto che America in realtà dovesse intitolarsi “Il disperso”, e se infine le storie parlano tra di loro anche questa coincidenza vorrà significare qualcosa. Credo di essere stato felice per ben cinque estati consecutive nella mia vita, tra il 1982 e il 1987, ed è stato proprio in Calabria, ma non dalle parti di Palmi, che guarda il mar Tirreno, bensì sul lato opposto, in una cittadina di mare che si chiama Guardavalle. È difficile dire perché uno sia stato così felice proprio in quel posto e in quell’epoca, ma se la scrittura non vuole restare sempre sulla soglia delle intenzioni bisogna pure che ci si sforzi. Credo che in quell’epoca la felicità consistesse in una questione di luce e silenzi. E di giovinezza, senz’altro. Quando stai su una spiaggia pressoché deserta dalle otto del mattino alle otto di sera, e il mare è quello di Ulisse, e tu ci nuoti dentro con tuo padre e tuo fratello, e i cieli ti regalano tutte le sfumature possibili per riconoscere e modellare i tuoi incerti desideri, è davvero improbabile pensare di essere infelici. Benché, talvolta, a qualcuno accada. Chissà se a Karl Rossmann accadrà di essere felice, prima o poi, in quel romanzo incompiuto e tristissimo. Eroe di una fiaba tutta moderna (qualche critico lo ha paragonato a Pinocchio) , Karl nel suo esilio americano non fa che perdere oggetti, doni e occasioni, in una progressiva degradazione materiale che però non sembra irreversibile né tutto sommato pare in grado di abbatterne lo spirito o di appannarne lo sguardo. In cosa consiste lo sguardo di Karl Rossmann? Un esempio può essere fornito nel capitolo dei suoi primi giorni a New York, quando contemplando la scrivania multifunzionale installata nell’appartamento in cui vive, ospite dello zio Jacob, lo sguardo di Karl si riempie dello stesso incanto provato anni prima, da bambino, di fronte ad un presepe. (America è un libro che conosco bene, dal momento che l’ho letto durante l’estate più bella della mia vita, circa 20 anni fa, nell’estate del mio congedo da militare e della vacanza sul Danubio con il mio grande amico Angelo.) C’è un rapporto definito, afferma il filosofo Giorgio Agamben nel saggio “Infanzia e storia”, tra presepe e fiaba: il presepe infatti “ci mostra precisamente il mondo della fiaba nell’istante in cui si desta dall’incanto per entrare nella storia”. Karl Rossmann assomiglia a un eroe fiabesco precipitato nel teatro della storia e il cui cuore è capace ancora di riempirsi di un amaro incanto. Tutto il Mezzogiorno d’Italia è disseminato di paesi presepe, molti dei quali spopolati o sui cui tetti svettano, come cifra di un acquisito benessere, selve di antenne e parabole satellitari. Come scrisse Leonardo Sciascia, all’indomani del terremoto di Irpinia del 1980, nel nostro immaginario artefatto e retorico il paese presepe è un comodo espediente per legarsi a un passato idilliaco e genuino mai realmente esistito: “[…]basta un momento di distacco, di riflessione, per prendere coscienza che quel tipo di vita già da un pezzo era stato cancellato. Quelli che ora si chiamano paesi-presepi già rigurgitavano di automobili, di televisori, di elettrodomestici, di abusi e di scempi edilizi, di frigoriferi, di prodotti industriali, di pane fatto con improbabile farina e di formaggi fatti con probabili veleni. Come ogni altro paese italiano, grosso, piccolo o minimo. E – si capisce – di corruzione: come le grandi città, le regioni e l’intero paese.” L’estate più bella della mia vita è stata quella del 1976, quando abitavo a Cormòns: in Friuli c’era stato il terremoto, è vero, ma c’era l’avventura impareggiabile  delle notti trascorse in macchina e l’esperienza di avvertire intorno a sé la presenza di una comunità improvvisamente coinvolta e solidale. C’erano le veglie e le storie, e il reciproco aiuto.

    Ed ora sei in viaggio, verso un piccolo paese che assomiglia a un presepe. Sei su quel treno che un tempo ti portava in Sicilia, dove hai trascorso alcune delle estati più felici della tua vita. Stavolta però ti fermerai prima, scenderai a Reggio Calabria, e poi un treno più piccolo ti porterà a Brancaleone, e infine qualcuno verrà a prenderti e ti porterà a Staiti.Ci arriverai da solo, come sempre, perché è da soli che si fanno queste cose. Dopodomani, nella piazza di questo paese che assomiglia a un presepe, leggerai le storie raccolte da un uomo che da fanciullo studiava alla luce del lampione del suo municipio. A Brancaleone, ottant’anni fa, durante il suo confino, Cesare Pavese iniziava a tenere quella sorta di diario zibaldone conosciuto come il Mestiere di vivere. Abbiamo solo questo mestiere, pare, e questa possibilità. Il giornale ti restituisce la notizia dell’ennesima strage. Un vecchio ti offre un po’ di tè dal suo thermos. Un bambino seduto dietro a te dice””Mamma, gioca!”. Di tanto in tanto, una galleria. Tu pensi a dove sia sia smarrita la pietà, forse anche lei è spersa per il mondo.

    Andiamo alla ricerca di qualcuno
    goffi imprecisi malinconici.
    Oppure sediamo da soli in attesa
    provando la scena per la millesima volta.
    La sera si ricostruiscono
    i gesti le parole il non detto,
    si fanno i conti e le smorfie:
    si finisce per non far nulla,
    impassibili.

    Saluti gatteschi

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    Cari amici. Da domani presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, nell’ambito della Festa del libro e della lettura “Libri Come”, i Gatti Ostinati presenteranno per due pomeriggi il loro programma di letture animate per piccoli e grandi.

    In particolare, fedeli alla scelta di dedicare questo 2016 alle Fiabe Italiane di Italo Calvino (a sessant’anni dalla loro pubblicazione), il programma delle letture sarà incentrato su alcune delle perle della raccolta calviniana.

    Sostiene Max Lüthi ne La fiaba popolare europea: ” In effetti la fiaba non dona alle sue figure degli oggetti, ma delle occasioni. Le conduce ove sia veramente necessario fare qualcosa; e quando trova qualcuno disposto a una simile impresa, gli elargisce anche i suoi aiuti, ma solo a lui. Il dono si realizza esattamente nel punto in cui eroe e compito si incontrano, prima e dopo non entra in gioco. Non serve ad alleviare necessità economiche, bensì getta l’eroe nell’avventura o lo guida nelle sue vicissitudini. Gli fa trovare e compiere il suo destino più vero.”

    Ma a ben riflettere, all’interno delle parole sopra citate non solo viene delineata una caratteristica funzionale della fiaba, ma anche la sua vocazione (o natura) più profonda: la fiaba stessa “è” un dono. Le fiabe si donano, e già qui si avverte la duplice attitudine di quel pronome/particella “si”: offrono sé stesse ed esigono di essere donate. Come ogni dono, come ogni “occasione” (Calvino avrebbe apprezzato una parola di così densa pregnanza semantica, e così montaliana) le fiabe attendono un lettore, anzi un ascoltatore. Uno e solo lui. Un ascoltatore destinato tanto a smarrirsi dentro al catalogo dei destini possibili, quanto a ritrovarsi dentro a questa erranza, a questo flusso multiforme e ricco di meraviglie e di incontri che è la vita.

    Se fate una passeggiata a Roma e da quelle parti, saremo lieti di incontrarvi.

    Di fiabe e di pere: per i sessant’anni dalla pubblicazione delle Fiabe italiane di Italo Calvino.

    pera

     

    C’era una volta (chissà che cosa…)

    una  bambina? una fonte? una rosa?

    c’era una volta ( ma chissà se c’era…)

    un melograno? una spada? una torre? una pera!

     

    Una pera?

     

    Sì,  un frutto umile antico modesto,

    che sazia la fame, che raccogli in un cesto,

    così come raccogli storie e parole,

    per il gusto che hanno:  di terra, di sole.

     

    C’era una volta un’arte remota

    semplice ed utile come una ruota:

    come una ruota serviva a viaggiare

    ma stando ben fermi,  lasciando volare

    la mente, il pensiero, la fantasia,

    il sogno, il ricordo, la nostalgia.

     

    C’era una volta un filo sottile,

    un’eco di voci di casa e cortile,

    un mondo perduto, ma forse presente,

    la traccia, il tesoro lasciato, da gente

    di tempi lontani (per gli altri e per noi)

    in cui gli umili diventano per un giorno eroi,

    (non so se qualcuno qui sopra ci trovi

    una citazione tratta da David Bowie).

     

    C’era un gioco, un racconto, un raccolto, una festa

    un’aia in campagna, un falò, e per la testa

    la voglia di vivere, di gettarsi in un prato,

    di rincorrersi e ridere  per un bacio rubato.

    C’era dunque una fiaba, e con lei c’era un viaggio,

    come insieme alle pere spesso trovi il formaggio,

    c’era chi raccontava, chi stava ad ascoltare

    perché qui stava il patto: di saper aspettare,

    di riempire quel tempo di mistero, di attesa

    di godersi ogni istante, fino alla sorpresa.

     

    Quest’arte perduta di narrare una storia,

    di farsi radice, ma anche linfa, memoria,

    di essere voce, tramite, erede

    di migliaia di voci, di un mondo che chiede

    di essere accolto, di non esser scordato;

    è un’arte assai rara: è un dono donato.

    D. F.

    In parecchie fiabe italiane spesso il (o la) protagonista si imbatte in un albero di pere: ve n’è addirittura una intitolata La bambina venduta con le pere. Questo albero, in genere, all’interno della narrazione, diventa luogo di incontri, scontri e scioglimenti. Il 2016 sarà un anno particolare per i Gatti Ostinati. I sessant’anni dalla pubblicazione delle Fiabe Italiane di Italo Calvino (o meglio – poiché nel titolo integrale è contenuta una completa dichiarazione d’intenti – delle Fiabe italiane raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti da Italo Calvino) ci porteranno a proporre le nostre letture ispirate alla raccolta calviniana in molti contesti e davanti a svariati pubblici. Anche su questo blog avremo modo di tornare sulla nostra passione . Intanto, poiché non sapevamo, nel labirinto delle duecento fiabe, da che parte iniziare, abbiamo scelto di iniziare da qui. Dal pero.